blog di informazione e critica musicale a cura di Alessandro Romanelli

venerdì, febbraio 22, 2008

Lunedì nel segno di Khachaturian e Messiaen nuovo appuntamento in Vallisa con i Cameristi di Bari

Nuovo e stimolante concerto lunedì 25 febbraio in Vallisa (alle 20.00) della stagione dell'Accademia dei Cameristi. In programma due pagine di particolare interesse: il Trio per clarinetto, violino e pianoforte di Aram Khaciaturian e il celebre Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen. Ne saranno interpreti Vito Dicintio (clarinetto), Serena Soccoia (violino), Gaetano Simone (violoncello) e Viviana Velardi (pianoforte). Ecco di seguito una pregevole guida all'ascolto della musicologa Detty Bozzi. "Aram Khaciaturian nacque a Tbilisi, in Armenia: studiò violoncello e composizione a Mosca dal 1922 al 1929. Si impose all’attenzione internazionale con i due Concerti, quello per violino e quello per pianoforte. La sua posizione intellettuale ed ideologica lo rese organico al potere sovietico: per le questioni di ordine musicale il celebre Andrej Zdanov divenne plenipotenziario staliniano per l’arte, con il compito perentorio di sorvegliare tutte le opere musicali e tutte le idee e gli stili in via di definizione (molti furono i compositori russi del periodo accusati spesso di deviare dalle regole di un’arte “bolscevica”). Nel contempo Khacaturian non trascurò l’influsso folklorico della sua terra: portò avanti, proprio in Armenia, una missione didattica “anticonformista”, preparando il terreno alle più giovani leve artistiche (T. Mansurian e A. Terterjan). “Sarà il primo musicista sovietico a scrivere all’indomani della morte di Stalin che “è ora di porre fine al falso sistema della tutela amministrativa di cui soffrono i nostri compositori”: ma la tutela, secondo lo storico Jean-Noel von der Weid, sarebbe stata ancora una consuetudine, difficile da sradicare. In qualità di compositore, Khaciaturian può essere considerato un artista tradizionale, legato sostanzialmente al sistema tonale. Fu lui stesso a proclamare un credo artistico legato al popolo: “I compositori devono essere attivi combattenti della nostra arte socialista. Non è sufficiente che essi creino la musica; è necessario che sentano gli interessi della società, vivano gli interessi del popolo. L’artista è l’uomo che sensibilmente percepisce e assimila i palpiti di vita e sa rifletterli nella sua opera”. Nel caso del Trio per clarinetto,violino e pianoforte, opera del 1932, la sua concezione “populista” si colora di elementi linguistici orientali, ben rilevabili nel primo e terzo movimento (tutta la sua musica è stata ricca di influssi melodici georgiani, azerbeigiani, oltre che armeni) e finanche d’oltre oceano (un sottofondo armonico prettamente jazzistico accompagna il tema del moderato finale). La sua musica, molto comunicativa, genera un senso di appartenenza etnica e un’identità sociale perfettamente in linea con i precetti politici sovietici. Ben diverso appare il ruolo di Olivier Messiaen, singolare figura di artista, la cui evoluzione stilistica segue il sorgere delle avanguardie musicali francesi: come lucidamente afferma von der Weide, Messiaen è “musicista di policrome vetrate sonore, teologo, colorista del suono, ornitologo, studioso del ritmo”. Già a partire dal 1930 vi fu una rapida ascesa professionale: Messiaen divenne titolare degli organi della Chiesa della Trinità a Parigi, immerso in sconvolgenti improvvisazioni strumentali. Nel contempo mise a punto un complesso sistema di esplorazione dell’universo modale (non trascurando comunque quello tonale di partenza), in parallelo con le peculiari qualità di estensione del concetto di ritmo, traendo ispirazione soprattutto dalla metrica greca e dalla musica indiana, nonché dalla grande lezione storica del “Sacre” di Stravinskij. Nel campo della musica da camera, il Quartetto per la fine dei tempi (1940 - 41) è documento altamente simbolico, frutto di uno sforzo costruttivo di straordinario valore. E’ un vasto affresco, testimonianza della intensa spiritualità di Messiaen, evocazione di un’epoca tragica, segnata dalla profonda crisi dei valori di “progresso” e di “civiltà”, ma orientata verso una segreta speranza di rinascita dopo tanti orrori. La creazione di questo brano fu davvero fortuita: approfittando della presenza di tre musicisti internati in un campo (Jean le Boulaire al violino, Henri Akoka al clarinetto ed Etienne Pasquier al violoncello), Messiaen scrisse dapprima un Trio, presto completato con movimenti includenti il pianoforte. Le condizioni drammatiche nelle quali si svolse la prima esecuzione (15 gennaio 1941, Stalag VIII A, Gorlitz, Slesia, campo di prigionia) sono descritte qui di seguito: “Il freddo era atroce, lo stalag sepolto sotto la neve. I quattro esecutori suonavano su strumenti rotti: il violoncello d’Etienne Pasquier non aveva che tre corde, i tasti del mio pianoforte verticale, se abbassati, non risalivano. I nostri abiti erano inverosimili: mi avevano insaccato in una giacca verde tutta strappata, e portavo zoccoli di legno. Il pubblico comprendeva tutte le classi sociali: preti, medici, piccolo-borghesi, militari di carriera, operai, contadini”. La partitura si compone di otto movimenti. Essi prevedono una partecipazione distinta dell’ensemble, in un insieme vario ed articolato: il terzo movimento è l’unico destinato ad un solo esecutore, il clarinetto; il quinto e l’ottavo sono dedicati rispettivamente al duo pianoforte-violoncello e pianoforte-violino, il quarto movimento è riservato al trio di strumentisti senza pianoforte; i restanti quattro movimenti sono concepiti per quartetto (il primo, secondo, sesto e settimo). La sua scrittura strumentale, così sensibile al colore come alle figure, alle simmetrie come alle irregolarità ritmiche, alla percezione “pura” del suono come allo spessore timbrico, ha propagato influenze durature su numerosi musicisti del nostro presente. “Le analisi di Messiaen non sono rimaste famose a causa della loro pertinenza rispetto a categorie teorico-musicali. Penso che esse abbiano lasciato segno in tutti coloro che vi assistettero per un’altra ragione: gli allievi osservavano direttamente il lavoro di un compositore, ascoltavano un musicista che parlava della propria arte con immagini che non appartenevano che a lui, e tutto ciò non poteva che risolversi in un potente stimolo per lo studente che cercava, anch’esso, la sua strada nella composizione” (da un ricordo del compositore François Nicolas)."

1 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

Di' a Detty che Tbilisi è in Georgia, non in Armenia :-)

1:16 PM

 

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