blog di informazione e critica musicale a cura di Alessandro Romanelli

mercoledì, novembre 28, 2007

Una buona esecuzione del Requiem verdiano apre la stagione lirica barese (nonostante i soliti maleducati)

Il tema della morte, si sa, costituisce il segreto filo rosso di tutta (o quasi) la drammaturgia musicale verdiana. L’idea di una Messa da Requiem venne coltivata da Giuseppe Verdi nelle ultime settimane del 1868, quando colpito dalla lunga agonia e dalla morte di Gioachino Rossini egli propose dalle colonne della Gazzetta musicale di Milano di onorarne a dovere la memoria in occasione del futuro anniversario con una messa collettiva, che avrebbe dovuto comprendere, tra gli altri, anche il contributo del maestro pugliese Mercadante. L’iniziativa, pur lodevole, non decollò come ci ha lucidamente ricordato l’eminente musicologo Pierluigi Petrobelli (direttore a Parma dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani), ospite lunedì scorso della Libreria Laterza di Bari. Il geniale compositore di Busseto non smise mai però di pensare e ripensare alla Messa da Requiem, come risulta anche da alcune lettere, tra cui quella inviata ad Alberto Mazzuccato, il cui entusiasmo per il “Libera me” composto per l’occasione da Verdi non fece altro che acuire il rimpianto del Maestro per non aver ultimato l’opera: “Pensate dunque e abbiatene rimorso, quali deplorabili conseguenze potrebbero avere quelle vostre lodi!”. Quest’ultima affermazione costituiva però già l’indizio evidente che il compositore lavorasse in segreto già all’opera da un bel po’ di tempo e stava per tirar fuori dal suo magico cilindro l’ennesimo capolavoro. Il pretesto per l’esecuzione fu poi la successiva scomparsa di un altro grand’uomo, questa volta delle patrie lettere, da lui stimatissimo: Alessandro Manzoni. Per molti studiosi ed appassionati il vertice della produzione verdiana di Verdi è proprio rappresentato dalla sua Messa da Requiem, se non altro per la straordinaria forza espressiva e la eccelsa sintesi drammaturgica (in un contesto solo apparentemente “sacrale”) da lui operata. La drammaticità, il pathos, la dolcezza, lo struggimento, la rassegnazione sono solo alcuni degli elementi che emergono da questo capolavoro e che fecero osservare ad un “certo” Johannes Brahms che “un’opera simile non la può scrivere che un genio”. Inaugurare la stagione lirica con un Requiem, soprattutto in una Bari (città dove da 16 anni si vive nell’emergenza teatrale) che sta avidamente contando i giorni e le ore che mancano alla riapertura del suo Petruzzelli, potrà sembrare, almeno a chi crede alla cabala, quanto meno…pericoloso ;-) Il sovrintendente Vaccari però, a dispetto dei soliti iettatori, non se ne cura minimamente. Lui è sicuro che il 6 dicembre 2008 il teatro riaprirà e ci tiene a sottolineare che la struttura narrativa, i contenuti poetici ed estetici che sono alla base del Requiem verdiano facciano pensare più ad un'opera teatrale che sacra. Del resto persino al Teatro Regio di Parma in gennaio sarà un oratorio (peraltro incompleto, ma nell'originale forma scenica ideata dal regista Hugo De Ana) come il Faust di Schumann ad inaugurare la prossima stagione d’opera. Intanto, il Requiem verdiano è andato in scena ieri al Teatro Piccinni, ottimamente diretto da Renato Palumbo (nella foto), che ne ha offerto lettura equilibrata, di seducente cantabilità, aderendo proprio allo spirito più operistico che sacrale del lavoro. Complessivamente buona la prova del coro e dell’orchestra (a parte l’ intonazione non proprio esemplare dei violoncelli nell’introduzione strumentale al “Domine Jesu Christe”). Eccellenti i quattro solisti impegnati: Tamar Iveri, Marina Prudenskaja, Francisco Casanova e Konstantin Gorny. Il pubblico della Prima ha olimpicamente gradito, ma non si è "spellato" le mani più di tanto per applaudire, preferendo piuttosto guadagnare in fretta l’uscita. Domani si replica. Ultima notazione: occorre proprio ricordare ai signori e alle signore del pubblico, prima di ogni esecuzione musicale, di SPEGNERE I FAMIGERATI TELEFONINI? Ieri sin dall’inizio squillavano in continuazione disturbando la concentrazione sia del maestro che dei musicisti…Il solito maleducato, oltre che fastidioso menefreghismo!

2 Commenti:

Blogger Dionisoinascolto ha detto...

Caro Romanelli, mi meraviglia che lei, che ha anni di esperienza come critico musicale, se la senta di definire eccellenti tutti e quattro i solisti di questo Requiem: non era certo eccellente il tenore Casanova, che su alcune note più acute ha rischiato lo strozzamento o che in altre ha spezzato la frase per prendere fiato lì dove non era previsto. Quanto agli altri, sono risultati certamente bravi come cantanti, ma le sembrano voci verdiane da Requiem?

3:00 PM

 
Blogger Alessandro Romanelli ha detto...

A me le quattro voci sono piaciute. Io le ho ascoltate la prima sera. Probabile che Lei, caro "Dionisoinascolto", abbia ascoltato la replica. In ogni caso se proprio vogliamo parlare di autentiche voci verdiane dovremmo stendere un velo pietoso su (quasi) tutto il panorama vocale del nostro tempo. Dove sono più i Carlo Bergonzi, i Cappuccilli, i Renato Bruson, le Tebaldi...d'un tempo? Ci accontentiamo di quel che passa il convento (o meglio le agenzie). Eccellente poi non è come dire STRAORDINARIO o STREPITOSO. Grazie del commento e stia bene.

7:46 PM

 

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